Approccio Ericksoniano ai Bambini: Rispettare i Simboli

Un bambino di sei anni ha paura del buio. I genitori provano a spiegargli che "non c'è niente da temere", che "i mostri non esistono", che "è tutto nella sua testa". Risultato? La paura rimane, spesso si intensifica. Il bambino si sente incompreso, i genitori frustrati.

Milton Erickson, pioniere dell'ipnosi moderna, aveva un approccio radicalmente diverso. Invece di negare o correggere il mondo simbolico del bambino, lo rispettava. Lo utilizzava. Entrava nel suo linguaggio invece di pretendere che il bambino parlasse il nostro.

Questo principio - rispettare invece di correggere - rappresenta una delle intuizioni più potenti della psicoterapia ericksoniana applicata ai bambini. E funziona in modi che la logica adulta fatica spesso a comprendere.

Perché correggere non funziona

Quando un bambino esprime una paura attraverso simboli - mostri, fantasmi, ombre minacciose - sta usando il linguaggio che ha a disposizione. Sta comunicando un disagio reale attraverso metafore che per lui hanno senso.

Se noi adulti rispondiamo con la logica razionale ("i mostri non esistono"), creiamo una disconnessione. Il bambino impara che i suoi sentimenti non sono validi, che il suo modo di vedere il mondo è "sbagliato". Ma la paura rimane, perché non abbiamo parlato la sua lingua.

Uno studio pubblicato sul Journal of Child Psychology and Psychiatry nel 2024 ha dimostrato che gli interventi che utilizzano il linguaggio simbolico del bambino sono significativamente più efficaci nel ridurre ansia e paure rispetto agli approcci puramente razionali.

Erickson lo sapeva già negli anni '50. Non cercava di convincere i bambini che le loro paure fossero irreali. Lavorava dentro il mondo simbolico, non contro.

Come funziona l'approccio ericksoniano

L'approccio ericksoniano ai bambini si basa su alcuni principi fondamentali che ribaltano completamente il modo tradizionale di intervenire:

  • Accettazione del sintomo: la paura o il problema viene accolto come reale e valido, non minimizzato
  • Utilizzo del linguaggio simbolico: si parla di mostri, supereroi, magie - qualsiasi metafora il bambino utilizzi
  • Potenziamento delle risorse: si cercano le capacità del bambino dentro il suo stesso mondo immaginativo
  • Prescrizione paradossale: a volte si amplifica il sintomo invece di combatterlo, creando controllo attraverso l'accettazione
  • Narrazione terapeutica: si usano storie, favole, giochi che contengono soluzioni implicite

Prendiamo l'esempio del bambino con paura del buio. Un approccio ericksoniano potrebbe coinvolgere la creazione di un "guardiano magico" che protegge la stanza, o l'insegnamento di una "formula segreta" che tiene lontani i mostri. Non stiamo negando la paura - la stiamo riconoscendo e offrendo strumenti nel linguaggio che il bambino comprende.

L'efficacia non sta nella realtà oggettiva di questi strumenti, ma nel fatto che il bambino recupera un senso di controllo e sicurezza. E lo fa senza sentirsi giudicato o incompreso.

Il potere delle metafore terapeutiche

Erickson era un maestro nel raccontare storie. Non storie qualsiasi - metafore terapeutiche precise, costruite per contenere soluzioni che il bambino poteva scoprire da solo.

Una metafora terapeutica funziona su più livelli. In superficie è una storia interessante. A un livello più profondo, presenta situazioni analoghe a quelle che il bambino sta vivendo e mostra personaggi che trovano soluzioni creative.

Il bello è che il bambino non deve "capire" consciamente il parallelo. La storia lavora a livello inconscio, aggirando le resistenze e permettendo nuove possibilità di pensiero.

Per un bambino che si sente escluso a scuola, posso raccontare di un albero che all'inizio cresceva storto e diverso dagli altri, ma che proprio per questo diventava il preferito degli uccelli per fare il nido. Non sto parlando direttamente del suo problema - questo evita difensività - ma sto seminando l'idea che la diversità può diventare un punto di forza.

Rispettare i tempi e i modi del bambino

Un altro aspetto fondamentale dell'approccio ericksoniano è il rispetto profondo per i tempi individuali. Non c'è fretta di "guarire" o "correggere". C'è invece un'attenta osservazione di come il bambino naturalmente funziona.

Alcuni bambini elaborano attraverso il gioco. Altri attraverso il disegno. Altri ancora hanno bisogno di movimento fisico. L'approccio ericksoniano non impone un metodo standard - si adatta alle modalità preferenziali del singolo bambino.

Questo rispetto si estende anche ai sintomi. A volte un sintomo ha una funzione protettiva o comunicativa importante. Rimuoverlo troppo rapidamente senza comprenderne la funzione può creare più problemi di quanti ne risolva.

Ricordo una bambina di otto anni con balbuzie che peggiorava in presenza di adulti autorevoli. Invece di lavorare direttamente sulla fluenza verbale, abbiamo esplorato cosa succedeva "quando le parole decidevano di nascondersi". Abbiamo scoperto insieme che quelle parole si nascondevano quando lei aveva paura di dire qualcosa di sbagliato. Il lavoro è diventato sul permesso di sbagliare, non sulla correzione del sintomo.

Come posso aiutarti con questo approccio

Nel mio lavoro con bambini e adolescenti, l'approccio ericksoniano rappresenta una cornice fondamentale. Non impongo il mio linguaggio o le mie categorie diagnostiche. Entro nel mondo del bambino, parlo la sua lingua, rispetto i suoi simboli.

Questo significa che ogni intervento è profondamente personalizzato. Con un bambino potremmo lavorare attraverso il gioco con le costruzioni. Con un altro attraverso storie di supereroi. Con un adolescente attraverso metafore tratte dai suoi interessi - musica, sport, videogiochi.

L'obiettivo non è mai "aggiustare" il bambino o farlo conformare a standard esterni. È aiutarlo a scoprire le proprie risorse, a trovare modi creativi per affrontare le difficoltà, a sviluppare fiducia nelle proprie capacità.

Lavoro anche molto con i genitori, aiutandoli a comprendere questo approccio. Spesso i genitori hanno bisogno di "permesso" per entrare nel gioco simbolico, per smettere di correggere continuamente e iniziare ad ascoltare veramente cosa sta comunicando il bambino attraverso il suo linguaggio.

Se tuo figlio sta affrontando difficoltà emotive, comportamentali o relazionali, un approccio che rispetta il suo mondo invece di correggerlo può fare una differenza profonda. Non solo nel sintomo specifico, ma nella sua autostima e nella fiducia che ciò che sente e pensa ha valore e merita rispetto.

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