Consenso informato psicologo: perché aggiornarlo nel 2026

Ieri mi è capitato tra le mani il consenso informato di un collega. Data di ultima revisione: marzo 2015. Undici anni fa. Quando ancora usavamo WhatsApp senza crittografia end-to-end, il GDPR era un acronimo sconosciuto ai più, e la telepsicologia era roba da pionieri.

Il problema non è solo l'età del documento. È che quel file Word rappresenta un'idea di professione psicologica che semplicemente non esiste più. E continua a raccogliere firme.

Se stai leggendo e ti stai chiedendo quando hai aggiornato l'ultima volta il tuo consenso informato, abbiamo bisogno di parlare. Perché non è questione di burocrazia: è questione di rispetto per il paziente, di tutela reciproca, e di onestà professionale.

Cosa è cambiato dal 2015 a oggi

Nel 2015 il GDPR non esisteva. Era solo una proposta di regolamento europeo che pochi seguivano. Il 25 maggio 2018 è entrato in vigore, cambiando radicalmente le regole sul trattamento dei dati personali. E i dati sanitari, categoria a cui appartengono le informazioni psicologiche, sono considerati "dati particolari" con obblighi specifici.

Un consenso informato del 2015 non può contenere le informazioni corrette su base giuridica del trattamento, diritti dell'interessato, tempi di conservazione, trasferimento dati. Non è solo incompleto: è tecnicamente non conforme.

Ma non è solo questione normativa. Nel 2020 è esplosa la telepsicologia. Prima pandemia, poi necessità. Oggi è prassi consolidata per molti colleghi. Il tuo consenso informato parla di videochiamata? Di piattaforme utilizzate? Di come gestisci la privacy in setting online?

Nel 2022 l'Ordine degli Psicologi ha aggiornato il Codice Deontológico. Nuove linee guida, nuove sensibilità, nuovi obblighi. Anche qui: il tuo documento riflette questi cambiamenti?

Perché un consenso vecchio è un problema etico

Il consenso informato non è un contratto che ti copre le spalle. È uno strumento di alleanza terapeutica. Serve a rendere il paziente davvero consapevole di cosa sta accadendo, di quali sono i suoi diritti, di come funziona il percorso.

Un documento vecchio tradisce questa funzione. Fornisce informazioni parziali, superate, a volte sbagliate. Il paziente firma pensando di essere informato, ma non lo è. Questo mina la fiducia alla base, anche quando non ce ne accorgiamo.

Pensiamo a un esempio concreto. Il tuo consenso del 2015 probabilmente dice che i dati vengono conservati "per il tempo necessario". Vago, generico, accettabile allora. Oggi il GDPR richiede di specificare tempi precisi. Un paziente ha diritto di sapere che la sua cartella clinica verrà conservata per 10 anni (o 5, o quello che hai deciso), non "finché serve".

Altro esempio: molti consensi vecchi non menzionano la possibilità di revocare il consenso. O la menzionano en passant, senza spiegare come funziona praticamente. Il paziente deve sapere che può interrompere, che può chiedere la cancellazione dei dati (con le dovute eccezioni per obbligo di legge), che ha un potere decisionale.

I punti che probabilmente mancano nel tuo documento

Facciamo un check veloce. Il tuo consenso informato contiene queste informazioni?

  • Base giuridica del trattamento dati: Non solo "lei acconsente", ma spiegare che il trattamento è necessario per l'esecuzione della prestazione sanitaria (art. 9 GDPR)
  • Diritti del paziente secondo GDPR: Accesso, rettifica, cancellazione (con limiti), portabilità, opposizione. Con indicazioni pratiche su come esercitarli
  • Informazioni sulla telepsicologia: Se la offri, quali piattaforme usi, quali garanzie di sicurezza, cosa fare in caso di problemi tecnici
  • Gestione delle emergenze: Cosa succede se il paziente ha una crisi fuori dall'orario di seduta, quali sono i limiti della tua reperibilità
  • Costi e modalità di pagamento: Tariffa seduta, politica cancellazioni, modalità pagamento (anche questo è informazione dovuta)
  • Tempi di conservazione specifici: Non "finché necessario" ma "10 anni dalla conclusione" o quello che hai definito
  • Eventuale supervisione o intervisione: Se partecipi a gruppi di supervisione dove si discutono casi (in forma anonimizzata), il paziente ha diritto di saperlo
  • Assicurazione professionale: Estremi della polizza, cosa copre

Se mancano tre o più di questi punti, il tuo consenso informato ha bisogno di un aggiornamento serio.

Ma io non sono un avvocato (e va bene così)

Lo so. Non ti sei laureato in Psicologia per diventare esperto di normative. Però fa parte della nostra responsabilità professionale. Non serve diventare giuristi, serve essere aggiornati su quello che riguarda direttamente il nostro lavoro.

La buona notizia: esistono risorse. L'Ordine degli Psicologi (nazionale e regionali) ha pubblicato diverse linee guida. Ci sono formazioni specifiche. Esistono consulenti che aiutano a redigere documenti conformi.

La cattiva notizia: non puoi delegare completamente. Devi leggere, comprendere, fare tuo il documento. Perché sei tu che lo presenterai al paziente, sei tu che dovrai spiegarlo, sei tu che dovrai rispondere alle domande.

Un consiglio pratico: quando aggiorni il consenso, fai una prova. Presentalo a un amico non psicologo. Se riesce a capire tutto senza che tu debba spiegare troppo, hai fatto un buon lavoro. Se si perde in cavilli e termini tecnici, semplifica.

Come posso aiutarti

Nel mio lavoro clinico, il consenso informato è il primo momento di relazione vera con il paziente. Non è una formalità da sbrigare. È l'occasione per stabilire chiarezza, trasparenza, fiducia reciproca.

Quando presento il consenso, lo leggiamo insieme. Punto per punto. Invito domande. Spiego perché certe cose sono scritte in quel modo. Questo richiede 15-20 minuti della prima seduta, ma sono minuti che costruiscono le fondamenta di tutto il percorso.

Ho notato che i pazienti apprezzano. Nessuno si è mai lamentato del tempo dedicato. Al contrario, molti mi hanno detto che li ha fatti sentire rispettati, presi sul serio, al sicuro.

Se stai cercando un percorso psicologico a Roma e vuoi lavorare con qualcuno che prende sul serio anche questi aspetti, che considera il rispetto formale parte del rispetto sostanziale, possiamo parlarne. Il mio approccio parte dall'idea che la professionalità si vede anche nei dettagli, anche nei documenti, anche in quello che altri considerano "solo burocrazia".

E se sei un collega che sta leggendo questo articolo con un misto di fastidio e senso di colpa perché sì, il tuo consenso è fermo al 2015, non preoccuparti. Anche questo fa parte del percorso professionale. L'importante è accorgersene e fare qualcosa. Magari oggi stesso.

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