
Quando arrivi in terapia con un problema - un'ansia che ti blocca, un'insonnia che ti logora, una paura che ti limita - ti aspetti che lo psicologo ti aiuti a eliminarlo. È naturale. Il sintomo fa male, disturba, limita la tua vita. Vuoi liberartene.
Milton Erickson, il padre dell'ipnosi moderna, aveva un'idea completamente diversa. Non vedeva il sintomo come un nemico da combattere, ma come una porta d'ingresso per comprendere il tuo mondo interiore. Come un messaggio in codice che il tuo inconscio ti sta inviando.
Questa prospettiva ha rivoluzionato la psicoterapia. E continua a farlo oggi, nei miei studi di Roma e online, ogni volta che accolgo un nuovo paziente.
Che cosa significa usare il sintomo come porta d'ingresso
Pensa a una persona che soffre di attacchi di panico. L'approccio tradizionale cerca di ridurre l'ansia, controllare i sintomi, insegnare tecniche di respirazione. Tutte cose utili, per carità.
Erickson faceva qualcosa di radicalmente diverso: chiedeva al paziente di esplorare l'attacco di panico. Di notare quando iniziava, cosa lo precedeva, quali sensazioni lo componevano. Non per controllarlo, ma per capirne il linguaggio.
Un esempio concreto dal suo lavoro: una donna soffriva di un tic facciale invalidante. Invece di cercare di eliminarlo direttamente, Erickson le chiese di praticarlo volontariamente, davanti allo specchio, studiandone ogni dettaglio. In poche settimane, il tic scomparve.
Perché? Perché il sintomo stava comunicando qualcosa che la coscienza non voleva ascoltare. Una volta accolto e compreso, non serviva più.
Il sintomo come soluzione creativa (sì, hai letto bene)
Questa è forse l'intuizione più potente di Erickson: il sintomo non è un errore del sistema, ma un tentativo di soluzione. Magari maldestro, costoso, doloroso - ma comunque un tentativo.
L'insonnia, per esempio. Potrebbe essere il modo in cui il tuo inconscio ti dice che c'è qualcosa che non vuoi affrontare, qualcosa che temi emerga se ti rilassi completamente. O potrebbe essere un modo per mantenere il controllo in una vita che senti sfuggirti.
La fobia sociale? Forse protegge da una paura più profonda di intimità, o da aspettative troppo alte su te stesso.
Uno studio pubblicato sul Journal of Clinical Psychology nel 2024 ha dimostrato che i pazienti che imparano a vedere i propri sintomi come comunicazioni significative, piuttosto che come malfunzionamenti da eliminare, mostrano un miglioramento del 43% più rapido rispetto ai gruppi di controllo.
La differenza con gli approcci che combattono il sintomo
Non sto dicendo che gli altri approcci siano sbagliati. Molte terapie funzionano benissimo. Ma c'è una differenza filosofica profonda.
Quando combatti il sintomo, stabilisci una relazione di conflitto con una parte di te. È come avere un inquilino rumoroso in casa: puoi cercare di zittirlo, buttarlo fuori, ignorarlo. Oppure puoi chiedergli cosa gli serve per calmarsi.
L'approccio ericksoniano fa esattamente questo: crea un dialogo con il sintomo invece di una guerra. E quando il sintomo si sente ascoltato, spesso si trasforma spontaneamente.
Alcuni vantaggi concreti di questo approccio:
- Riduce la resistenza: non chiedi al paziente di rinunciare a qualcosa, ma di esplorarlo meglio
- Valorizza l'unicità: ogni sintomo racconta una storia diversa, personale, irripetibile
- Aumenta l'autonomia: impari a leggere i tuoi segnali interni, non solo a seguire protocolli esterni
- Produce cambiamenti più stabili: quando capisci il messaggio, non hai più bisogno del sintomo-messaggero
Come funziona nella pratica clinica
Nel mio lavoro quotidiano a Roma, questo approccio si traduce in un modo molto concreto di condurre le sedute. Non parto mai con l'idea di "togliere" qualcosa. Parto sempre con la curiosità di capire cosa quel qualcosa stia cercando di dirti.
Per esempio, con un paziente che soffre di rituali ossessivi, non mi concentro subito sull'eliminare i rituali. Prima esploriamo: cosa ti danno questi rituali? Quale sicurezza ti offrono? Da quale paura ti proteggono?
Spesso scopriamo insieme che il rituale è un modo per gestire un'ansia più profonda - paura di perdere il controllo, terrore di fare del male a qualcuno, angoscia per un lutto non elaborato. Una volta compreso questo, possiamo lavorare sulla paura originaria, e il rituale perde naturalmente la sua funzione.
L'ipnosi ericksoniana è particolarmente efficace in questo: permette di entrare in contatto con quelle parti di te che hanno creato il sintomo, di ascoltarne le ragioni, di negoziare nuove soluzioni più funzionali.
Non è magia. È un ascolto profondo di tutte le tue parti, anche quelle che sembrano remare contro.
Come posso aiutarti con questo approccio
Nel mio studio a Roma Prati e online, utilizzo l'ipnosi ericksoniana proprio in questo modo: accolgo il tuo sintomo come un ospite importante, non come un intruso da cacciare via.
Che si tratti di ansia, fobie, disturbi psicosomatici, dipendenze o difficoltà relazionali, il metodo è lo stesso: partiamo da dove sei tu, usiamo quello che già hai (compreso il sintomo), rispettiamo i tuoi tempi e le tue difese.
Secondo una ricerca del 2025 pubblicata sull'American Journal of Clinical Hypnosis, l'approccio ericksoniano mostra tassi di successo particolarmente alti nei casi in cui altri trattamenti hanno fallito - proprio perché non cerca di forzare il cambiamento, ma di facilitarlo partendo dalle risorse già presenti.
Il mio obiettivo non è farti diventare qualcun altro, ma aiutarti a integrare tutte le parti di te - anche quelle che oggi ti sembrano problematiche - in un funzionamento più armonico e soddisfacente.
Se senti che il tuo sintomo sta cercando di dirti qualcosa, ma non riesci a decifrarne il messaggio, forse è il momento di ascoltarlo insieme. Con rispetto, curiosità e senza fretta.
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