Perché gli psicologi vanno in terapia (e perché è importante)

C'è una domanda che prima o poi tutti si pongono: "Ma gli psicologi vanno dallo psicologo?" La risposta è sì. O almeno, dovrebbero. E quando scopri che il tuo terapeuta non ha mai fatto un percorso su di sé, è legittimo chiedersi se non manchi qualcosa di fondamentale.

Non sto parlando di una regola scritta sulla pietra. Nessun albo professionale obbliga gli psicologi a fare terapia personale prima di esercitare. Eppure, in quasi tutte le scuole di specializzazione serie, la terapia personale è fortemente raccomandata o addirittura richiesta. Perché? Perché non puoi accompagnare qualcuno in un territorio che non hai mai esplorato tu stesso.

E qui sta il punto: un terapeuta che non ha mai guardato dentro se stesso con onestà, che non ha mai affrontato i propri nodi, è come un chirurgo che ha studiato solo sui libri ma non ha mai operato. Tecnicamente preparato, forse. Ma manca l'esperienza che fa la differenza.

La terapia personale: la palestra dell'empatia

Quando fai terapia come paziente, impari cose che nessun manuale universitario può insegnarti. Scopri cosa significa davvero sentirsi vulnerabili davanti a uno sconosciuto. Capisci il coraggio che serve per ammettere le proprie fragilità.

Impari sulla tua pelle cosa vuol dire essere visti per quello che sei, senza maschere. E quanto questo fa paura, e quanto fa bene allo stesso tempo.

Uno studio pubblicato sul Journal of Counseling Psychology nel 2023 ha rilevato che i terapeuti con esperienza di terapia personale mostrano maggiore capacità empatica e minore rischio di burnout. Non è un caso. Quando hai attraversato il processo dall'altra parte della poltrona, sai riconoscere le resistenze, le difese, i momenti di blocco. Non perché li hai studiati, ma perché li hai vissuti.

E soprattutto: sai quanto è difficile cambiare davvero. Non lo dai per scontato. Non ti impazienti se il paziente "non fa i compiti" o "non mette in pratica". Conosci quella fatica dall'interno.

I punti ciechi esistono. Per tutti

Ogni persona ha i suoi punti ciechi: aree della propria psiche che non riesce a vedere da sola. Traumi non elaborati, pattern relazionali ripetitivi, meccanismi di difesa così automatici da essere invisibili.

Gli psicologi non fanno eccezione. Anzi. A volte la formazione teorica può diventare essa stessa una difesa sofisticata: "Razionalizzo tutto, quindi non devo sentire niente."

Senza un percorso personale, questi punti ciechi rischiano di invadere la stanza di terapia. Il terapeuta può proiettare sul paziente le proprie questioni irrisolte. Può reagire in modo sproporzionato a certi temi. Può evitare inconsciamente argomenti che toccano sue corde dolenti.

La terapia personale serve esattamente a questo: mappare il proprio territorio interno, riconoscere i propri trigger, pulire le lenti attraverso cui guardi l'altro.

Secondo una ricerca del 2024 dell'American Psychological Association, circa il 73% degli psicoterapeuti ha fatto almeno un percorso di terapia personale durante la carriera. Il restante 27% include molti professionisti che, per varie ragioni, non hanno mai affrontato questo passaggio. E si vede.

Quando la teoria non basta

Conosco colleghi brillanti dal punto di vista teorico. Sanno citarti Freud, Jung, Rogers, Linehan a memoria. Conoscono tutte le tecniche, tutti i protocolli. Ma in seduta sono freddi, distanti, meccanici.

Il problema non è la competenza tecnica. È che non hanno mai imparato a stare nel disagio emotivo senza difendersi. Non hanno mai sperimentato cosa significa affidarsi davvero a un altro professionista.

La terapia non è applicazione di protocolli. È relazione. È presenza. È la capacità di tollerare l'incertezza, il silenzio, la sofferenza dell'altro senza dover subito risolvere, consigliare, riempire.

Questa capacità non si studia sui libri. Si sviluppa attraversando in prima persona il processo terapeutico. Scoprendo quanto è preziosa una presenza che non giudica, che non si spaventa, che resta.

I rischi del terapeuta "non analizzato"

Un terapeuta che non ha fatto i conti con i propri nodi può creare danni, anche senza intenzione. Ecco alcuni rischi concreti:

  • Controtransfert ingestito: reagisce emotivamente al paziente senza rendersene conto, interpretando come problemi del paziente questioni che sono sue
  • Confini poco chiari: non ha mai lavorato sui propri bisogni affettivi, rischia di cercare gratificazione nella relazione terapeutica
  • Rigidità tecnica: si nasconde dietro il ruolo e le tecniche per non entrare davvero in contatto emotivo
  • Proiezioni inconsce: attribuisce al paziente sentimenti, motivazioni o problemi che sono specchio delle proprie questioni irrisolte
  • Difficoltà con certi temi: evita sistematicamente argomenti (lutto, sessualità, rabbia) che non ha elaborato personalmente

Nessuno di questi elementi è sempre drammatico. Ma nel tempo, un terapeuta che non ha fatto questo lavoro su di sé rischia di fare più danno che bene.

La supervisione non sostituisce la terapia

Qualcuno obietta: "Ma c'è la supervisione, no?" Vero. La supervisione è fondamentale e obbligatoria in molti orientamenti. Ma ha uno scopo diverso.

In supervisione parli dei tuoi casi clinici, discuti strategie terapeutiche, ricevi feedback sulla tua tecnica. È un momento professionale, di formazione continua.

La terapia personale invece è uno spazio per te. Per i tuoi vissuti, le tue paure, le tue ferite. Non sei lì come professionista, ma come persona. E questa differenza è cruciale.

Un buon supervisore può aiutarti a riconoscere quando stai reagendo personalmente a un paziente. Ma non può fare il lavoro terapeutico su quel nodo emotivo. Quello richiede un altro setting, un altro tipo di relazione.

Come posso aiutarti

Nel mio lavoro come psicoterapeuta a Roma, la terapia personale non è stata solo una tappa formativa. È stata la base su cui ho costruito il mio modo di stare nella relazione terapeutica.

Ho imparato cosa significa fidarsi di qualcuno abbastanza da mostrargli le parti più fragili. Ho scoperto quanto tempo serve davvero per cambiare certi pattern. Ho capito che la resistenza non è ostinazione, ma protezione.

Questo percorso mi ha reso più umile, più paziente, più capace di stare nel non sapere. Mi ha insegnato che il mio compito non è avere tutte le risposte, ma creare uno spazio sicuro dove tu possa trovare le tue.

Quando lavoriamo insieme, porto questa esperienza. So cosa stai attraversando perché ci sono passato anche io, da paziente. So quanto coraggio serve per ogni seduta, quanto è faticoso guardare certe cose, quanto è liberatorio quando finalmente riesci a dirle ad alta voce.

E continuo a fare supervisione regolarmente, proprio perché so che i punti ciechi non spariscono mai del tutto. Vanno monitorati, riconosciuti, tenuti sotto controllo. Per me, ma soprattutto per te che ti affidi al mio lavoro.

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