
"Da dove vengo?" è una domanda che tutti i bambini fanno prima o poi. Per chi è adottato, quella domanda ha un peso specifico diverso. Non riguarda solo la biologia o la geografia, ma tocca qualcosa di più profondo: il bisogno di dare senso alla propria storia, di capire come i pezzi si incastrano.
L'adozione porta con sé un paradosso fondamentale: da un lato c'è il diritto di sapere, di conoscere le proprie origini, di dare nome alle parti mancanti. Dall'altro c'è l'inevitabile esperienza del non sapere: informazioni perse, ricordi che non torneranno, domande che forse non avranno mai risposta.
Crescere in questa zona di mezzo non è semplice. E accompagnare qualcuno in questa crescita richiede onestà, sensibilità e la capacità di stare dentro l'incertezza senza cercare scorciatoie.
Il diritto alla propria storia
Ogni bambino adottato ha diritto di conoscere la propria storia. Non come optional, non come "quando sarà pronto", ma come parte costitutiva della sua identità. Questo diritto è riconosciuto dalla legge italiana (L. 149/2001) e supportato da decenni di ricerche in psicologia dello sviluppo.
Eppure molti genitori si trovano in difficoltà: cosa dire? Quanto dire? Come dirlo? La paura di ferire, di creare confusione o di mettere in discussione il legame affettivo può portare al silenzio. Un silenzio che paradossalmente crea più problemi di quanti ne risolva.
Uno studio pubblicato sul Journal of Family Psychology nel 2024 ha seguito per 15 anni famiglie adottive, evidenziando come i ragazzi cresciuti con una narrazione aperta e coerente della propria storia mostrassero livelli significativamente più bassi di ansia identitaria e più alta autostima rispetto a chi era cresciuto con informazioni frammentarie o occultate.
La verità non va dosata con il contagocce per età. Va costruita come un racconto che si arricchisce nel tempo, mantenendo sempre la coerenza. Un bambino di 5 anni non avrà le stesse domande di un adolescente, ma le risposte devono seguire la stessa linea narrativa.
Quando non ci sono risposte
Il problema è che spesso le risposte non ci sono. Informazioni andate perse, genitori biologici di cui si sa poco o nulla, periodi di vita prima dell'adozione coperti dal buio. Questa mancanza non è un fallimento, ma una realtà con cui fare i conti.
L'errore più comune è cercare di riempire i vuoti con ipotesi, con ricostruzioni fantasiose o con frasi consolatorie tipo "sicuramente ti volevano bene ma non potevano tenerti". Queste affermazioni, per quanto mosse da buone intenzioni, creano narrazioni posticce che il bambino prima o poi smaschera.
Meglio l'onestà: "Questo non lo so" è una risposta legittima. Non trasmette incertezza educativa, ma autenticità relazionale. Quello che conta è aggiungere: "ma so che è importante per te, e possiamo provare a cercare insieme quello che è possibile sapere".
Il non sapere va legittimato come parte dell'esperienza adottiva. Non è un problema da risolvere a tutti i costi, ma uno spazio da abitare. Alcuni ragazzi sviluppano un rapporto quasi filosofico con questa mancanza: imparano a convivere con domande aperte, a costruire identità non solo su certezze ma anche su possibilità.
Il doppio sguardo identitario
Chi è adottato cresce con due famiglie in testa: quella che vede ogni giorno e quella che immagina. Questo doppio sguardo non è patologico, è strutturale. Fa parte del modo in cui un figlio adottivo costruisce la propria identità.
Alcuni genitori lo vivono come una minaccia: "pensa sempre agli altri, a noi non basta". In realtà non è questione di bastare o non bastare. È questione di dare spazio alla complessità. Un figlio può amare profondamente i genitori adottivi e al tempo stesso sentire la necessità di dare forma alla parte di sé che viene da altrove.
La ricerca sulla famiglia adottiva mostra che l'integrazione identitaria più solida si raggiunge quando:
- I genitori riconoscono apertamente l'esistenza della famiglia biologica senza sentirsi in competizione
- Il bambino può esprimere curiosità, rabbia, nostalgia verso le origini senza sentirsi in colpa
- La narrazione familiare include l'adozione come parte della storia comune, non come evento da minimizzare
- Si creano rituali o momenti per onorare entrambe le appartenenze (ad esempio il giorno dell'arrivo in famiglia)
Il doppio sguardo diventa ricchezza quando trova spazio per esprimersi, problema quando deve restare nascosto.
L'adolescenza adottiva: quando le domande tornano
Molte famiglie che hanno gestito bene l'infanzia si trovano spiazzate in adolescenza. Le domande sulle origini tornano, spesso con intensità maggiore. Non perché prima fosse stato fatto qualcosa di sbagliato, ma perché l'adolescenza è la fase in cui l'identità si ridefinisce in modo più consapevole.
"Chi sono io?" è la domanda centrale dell'adolescenza per tutti. Per chi è adottato diventa: "Chi sono io rispetto alle mie origini? Cosa di me viene da loro? Cosa ho costruito io?". Sono domande che possono generare crisi, allontanamenti temporanei, bisogno di cercare i genitori biologici.
Secondo i dati del CIAI (Centro Italiano Aiuti all'Infanzia), circa il 35% dei ragazzi adottati tra i 14 e i 18 anni esprime il desiderio di cercare informazioni o contatti con la famiglia biologica. È una percentuale significativa, che va presa sul serio.
Il ruolo dei genitori in questa fase è delicato: accompagnare senza invadere, sostenere senza dirigere, contenere l'ansia senza bloccare il processo. Non è facile, soprattutto quando si ha paura di perdere il proprio figlio.
Come posso aiutarti
Nel mio lavoro con famiglie adottive affronto spesso questa zona di confine tra sapere e non sapere. Non offro ricette preconfezionate, perché ogni storia è unica, ma uno spazio dove le domande difficili possono essere poste senza giudizio.
Con i genitori lavoro sulla capacità di stare dentro l'incertezza, di non avere tutte le risposte, di accettare che il proprio figlio abbia bisogno di esplorare parti di sé che non li riguardano direttamente. Lavoriamo sulla gestione della paura di perdere, sull'elaborazione del confronto con la famiglia biologica, sulla costruzione di narrazioni familiari che tengano insieme complessità e appartenenza.
Con i ragazzi adottivi creo uno spazio dove il doppio sguardo può essere esplorato liberamente. Un luogo dove possono dire cose che magari non direbbero mai ai genitori adottivi, non perché non li amano, ma perché hanno paura di ferirli. Dove la rabbia verso chi li ha abbandonati può essere espressa insieme alla curiosità verso chi sono stati.
L'approccio che uso integra la terapia narrativa (ricostruire le storie in modo che abbiano senso) con il lavoro sugli attaccamenti (comprendere come le prime relazioni influenzano quelle attuali). In alcuni casi può essere utile un lavoro con tutta la famiglia, per ridefinire insieme le regole del dialogo su questi temi.
Crescere tra sapere e non sapere è possibile. Richiede coraggio, onestà e la capacità di accettare che alcune domande resteranno aperte. Ma proprio in quello spazio aperto può costruirsi un'identità solida, capace di reggere la complessità senza spezzarsi.
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