Quando si parla di ipnosi in oncologia succede una cosa fastidiosa: o la si presenta come una pratica vaga e consolatoria, oppure — più spesso, e più pericolosamente — le si attribuiscono poteri che non ha.
Vale la pena mettere in fila quello che le ricerche dicono, quello che non dicono, e una cosa che per anni si è ripetuta e che oggi va abbandonata. Compreso da me, che l'ho scritta.
Quello che è dimostrato
Sul dolore. È il territorio più solido. Decenni di studi documentano l'efficacia dell'ipnosi nella riduzione del dolore acuto, cronico, neuropatico e post-operatorio. Nei pazienti oncologici, chi riceve psicoterapia più autoipnosi ottiene non solo una riduzione dell'intensità — che si ottiene anche con la sola psicoterapia — ma anche una riduzione della frequenza e della durata degli episodi.
Sull'ansia e sull'umore. In un trial su malati terminali di cancro, i pazienti che ricevevano sedute settimanali di ipnosi in aggiunta al protocollo standard riportavano meno ansia e meno depressione, e una qualità di vita più alta, rispetto a chi riceveva solo la gestione farmacologica e un counseling di supporto. È un risultato replicato in più studi.
In autonomia. Uno studio su pazienti con sclerosi multipla e dolore cronico ha confrontato un training di autoipnosi con un training di rilassamento muscolare progressivo, dicendo a entrambi i gruppi che avrebbero ricevuto uno strumento che conteneva elementi di entrambi — un accorgimento pulito per neutralizzare l'effetto delle aspettative. Il gruppo dell'autoipnosi ha riportato una riduzione del dolore maggiore.
Questo punto ha una conseguenza pratica che considero decisiva: l'autoipnosi si impara. Una persona può indursi uno stato di trance da sola, la notte, in ambulanza, in sala d'attesa, senza che io sia lì. In una condizione che toglie autonomia su tutto, restituirne un pezzo non è un dettaglio.
Senza effetti collaterali. Non è un argomento da poco in un contesto in cui ogni farmaco aggiunto significa stitichezza da oppioidi, sedazione eccessiva, delirium. L'ipnosi non interagisce con niente.
La cosa che oggi non si può più dire
Per anni, negli scritti sull'argomento — e nella tesi che ho discusso nel 2015 — si è ripetuto che gli interventi psicologici si associano a un aumento del tempo di sopravvivenza.
L'origine è uno studio del 1989 su donne con carcinoma mammario metastatico: chi partecipava a un gruppo di supporto sembrò vivere in media diciotto mesi in più. Fu un risultato clamoroso, citatissimo, e per una generazione di psicologi è diventato un articolo di fede.
Poi si è provato a replicarlo. Nel 2001, uno studio multicentrico pubblicato sul New England Journal of Medicine non trovò alcun beneficio sulla sopravvivenza — pur confermando meno dolore e un miglioramento dei sintomi psicologici. E nel 2007 furono gli autori dello studio originale a rifare il lavoro, senza ritrovare un beneficio complessivo. Su una decina di trial, il conto è in parità: metà lo trovano, metà no.
Tradotto: non è vero, o comunque non è dimostrato, che fare psicoterapia allunghi la vita a un malato di cancro.
Correggerlo non è pignoleria bibliografica. È una questione clinica, e per me anche etica. Se dico a una persona malata che il lavoro psicologico allunga la vita, sto dicendo — senza dirlo — che chi muore prima non ha lavorato abbastanza. Sto consegnando a chi sta già portando una malattia anche la responsabilità del suo esito. È il contrario di quello che serve, ed è esattamente il pensiero che poi passo le sedute a smontare quando i familiari mi chiedono se «forse non ha reagito abbastanza».
Il beneficio vero — dolore, ansia, depressione, qualità delle giornate — è solido e basta ampiamente. Non serve gonfiarlo.
Le aspettative, che invece contano davvero
C'è un dato che trovo tra i più istruttivi di tutta la letteratura sul dolore, e non riguarda l'ipnosi ma un farmaco.
In uno studio, a tutti i partecipanti veniva somministrato lo stesso potente analgesico, ma con informazioni diverse. Un gruppo sapeva di riceverlo. Un secondo lo riceveva a sua insaputa. Al terzo veniva detto il contrario, cioè di aspettarsi un aumento del dolore.
Chi sapeva di ricevere l'analgesico riportò una riduzione del dolore doppia rispetto a chi non ne sapeva niente. E chi si aspettava un peggioramento annullò completamente l'effetto del farmaco: stessa molecola, stessa dose, effetto azzerato dall'aspettativa.
Questo dice due cose. La prima è che l'aspettativa non è un fattore di disturbo da controllare negli studi: è una componente attiva dell'analgesia, con un correlato misurabile nel cervello. La seconda è che se le aspettative possono abolire l'effetto di un oppiaceo, allora costruirne di adeguate è un intervento clinico a tutti gli effetti — ed è esattamente uno dei terreni su cui l'ipnosi lavora meglio.
Dove l'ipnosi da sola non arriva
C'è una parte del problema che le tecniche per il dolore non toccano, ed è la più grande: il senso. Cosa è stata questa vita, cosa resta, chi si ricorderà di me.
Su questo, negli ultimi vent'anni, sono nati due approcci strutturati che nella mia tesi non c'erano e che oggi non si possono ignorare.
La Dignity Therapy di Harvey Chochinov è una psicoterapia brevissima, pensata per chi ha poco tempo: attraverso una decina di domande — cosa conta di più della tua vita, cosa vorresti che i tuoi cari sapessero, cosa hai imparato — si registra un colloquio, lo si trascrive, lo si edita e lo si restituisce alla persona come un documento che resterà alla famiglia. Va detto con precisione cosa ha mostrato la ricerca: nel trial randomizzato pubblicato nel 2011 non ha ridotto in modo significativo il distress sugli esiti principali, ma i pazienti riportavano che li aveva aiutati, migliorava il senso di dignità e la qualità della vita, e — dato per me non secondario — le famiglie ne traevano beneficio.
La Meaning-Centered Psychotherapy di William Breitbart lavora sulla stessa domanda per un'altra via, derivata dal pensiero di Viktor Frankl: non consolare, ma aiutare a ritrovare fonti di significato che la malattia non ha cancellato.
Nessuno dei due sostituisce l'ipnosi, e l'ipnosi non sostituisce loro. Il dolore va tolto dov'è, e il senso va cercato dove sta.
Il metro giusto
Quando qualcuno mi chiede se l'ipnosi «funziona» con un malato terminale, la domanda giusta non è se guarisce, perché la risposta è no e la sappiamo entrambi.
La domanda giusta è: quante ore di quella giornata sono state sopportabili? Quante volte è riuscito a dormire? Ha potuto dire a sua figlia quello che voleva dirle, o gliel'ha impedito il dolore?
Su quel metro, che è il metro delle cure palliative, l'ipnosi ha molto da offrire. Su altri metri non ha niente da offrire, e prometterlo fa danni.
Le persone di cui parlo in questo articolo non esistono. Sono figure composite, costruite mettendo insieme frammenti di percorsi diversi e private di ogni dato che permetta di riconoscere qualcuno. Le parole fra virgolette conservano il senso di quelle che ho ascoltato, non la loro lettera. Il segreto professionale non finisce quando finisce una vita: restano le famiglie.
Se stai attraversando questo
Accompagnare qualcuno che sta morendo, o esserlo, non è una cosa che si fa da soli. Ricevo a Roma e online, e lavoro sia con chi è malato sia con chi gli sta accanto — che è la parte di cui si parla di meno.
Se la situazione è urgente, il riferimento non sono io: sono le cure palliative del territorio, che in Italia sono un diritto garantito dalla legge 38 del 2010 e si attivano tramite il medico di base o l'ospedale.
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