
Ricevo la chiamata di una madre: "Dottore, mio figlio ha bisogno di aiuto. Il padre non vuole sentire ragioni, dice che gli psicologi sono inutili. Posso portarglielo lo stesso?"
La tentazione di dire sì è forte. Il ragazzino sta male, la situazione è urgente, il padre sembra irragionevole. Ma quella firma mancante può costarti cara: non solo un procedimento deontologico, ma soprattutto il fallimento della terapia e un danno al minore che vuoi aiutare.
Perché quando i genitori sono separati, la questione del consenso diventa un campo minato. E non basta la buona fede per uscirne indenni.
Cosa dice davvero il Codice Deontologico
L'articolo 31 del Codice Deontologico degli Psicologi è cristallino: quando si tratta di minori, serve il consenso di entrambi i genitori titolari della responsabilità genitoriale. Non uno. Non quello "più collaborativo". Entrambi.
La legge 54/2006 sull'affido condiviso ha reso questa norma ancora più stringente: salvo decadenza dalla responsabilità genitoriale o affido esclusivo, entrambi i genitori mantengono pari diritti e doveri sulle decisioni importanti che riguardano i figli. E la terapia psicologica rientra tra queste.
Molti colleghi pensano che basti il consenso del genitore collocatario (quello con cui il minore vive abitualmente). Errore. La collocazione prevalente riguarda gli aspetti quotidiani, non le scelte strategiche sulla salute del figlio.
Le sentenze degli Ordini regionali degli ultimi anni sono inequivocabili: iniziare una terapia senza il consenso di un genitore costituisce violazione deontologica, anche quando l'altro genitore sembra "assente" o "disinteressato".
I casi che finiscono male (e perché)
Il primo scenario è quello più frequente: il genitore non firmatario scopre della terapia settimane o mesi dopo. Si sente escluso, bypassato nelle sue prerogative. E denuncia all'Ordine.
Il secondo scenario è più sottile ma altrettanto problematico: il minore migliora, ma il genitore escluso attribuisce questo miglioramento ad altre cause, o peggio, lo nega. Risultato: conflitto genitoriale amplificato, con il figlio in mezzo.
Uno studio del 2024 pubblicato sul Journal of Family Psychology ha analizzato 340 casi di terapia con minori di genitori separati: quando mancava il consenso di un genitore, il 67% delle terapie si interrompeva prematuramente, contro il 23% dei casi con consenso di entrambi.
Il terzo scenario è quello giudiziario: il genitore escluso usa la terapia "clandestina" come prova in tribunale dell'alienazione operata dall'altro genitore. Il terapeuta viene chiamato come testimone, la terapia diventa un'arma nel conflitto, il minore perde l'unico spazio neutro che aveva.
Le eccezioni reali (che sono pochissime)
Esistono situazioni in cui puoi procedere senza il consenso di entrambi i genitori, ma sono circoscritte e vanno documentate con estrema precisione:
- Decadenza dalla responsabilità genitoriale: serve una sentenza del Tribunale che dichiari espressamente la decadenza. Non basta il "si sa che è violento", serve la carta bollata.
- Affido esclusivo: anche qui, provvedimento del giudice alla mano. L'affido esclusivo non si presume, si dimostra.
- Impossibilità di reperire l'altro genitore: va documentata con tentativi seri e ripetuti di contatto. PEC, raccomandate, comunicazioni tramite avvocati. Non basta "non risponde al telefono".
- Urgenza clinica grave: situazioni di rischio immediato per l'incolumità del minore (ideazione suicidaria, autolesionismo severo). In questo caso si interviene e si documenta tutto, ma poi si procede immediatamente a regolarizzare.
In tutti questi casi, la documentazione deve essere ineccepibile. Non puoi basarti sulla parola del genitore che hai davanti, per quanto credibile.
Il protocollo che ti protegge (e protegge il minore)
Al primo contatto, quando un genitore separato chiede un appuntamento per il figlio, fai queste domande precise:
"È sposato/convivente o separato dal padre/madre del bambino? Se separati: avete l'affido condiviso o esclusivo? Ha un provvedimento del Tribunale che posso leggere?"
Poi invii a entrambi i genitori, per iscritto (meglio via PEC o mail con ricevuta), una comunicazione che spiega: cosa prevede la terapia, quali sono gli obiettivi, quali i tempi indicativi, e che serve il consenso scritto di entrambi prima di iniziare.
Fissi un colloquio preliminare con entrambi i genitori presenti. Non separatamente. Insieme. Questo serve a tre cose: verificare che entrambi siano informati, raccogliere il consenso documentato, stabilire un'alleanza terapeutica minima con entrambi.
Se un genitore rifiuta il colloquio congiunto ma acconsente alla terapia, ottieni comunque il suo consenso scritto e documentato. Se rifiuta entrambi, non puoi procedere. Punto.
Durante la terapia, mantieni entrambi i genitori informati sull'andamento generale, nel rispetto della privacy del minore. Non devi raccontare tutto, ma nemmeno tenere all'oscuro un genitore. È un equilibrio delicato ma necessario.
Cosa fare quando il rifiuto sembra irragionevole
Il padre dice "gli psicologi sono fuffa" e si rifiuta di firmare. Tu sai che il ragazzino sta male, che avrebbe bisogno di aiuto. Cosa puoi fare?
Primo: offri al genitore resistente un colloquio individuale per ascoltare le sue perplessità. Spesso dietro il rifiuto c'è paura, disinformazione, o la percezione (a volte fondata) di essere tagliato fuori dalle decisioni sul figlio.
Secondo: suggerisci al genitore richiedente di rivolgersi al proprio avvocato per valutare un'autorizzazione del Giudice Tutelare. Non è compito tuo aggirare il disaccordo, è compito del tribunale risolverlo.
Terzo: se la situazione è davvero urgente dal punto di vista clinico, puoi fare una consulenza tecnica limitata nel tempo, dichiarando espressamente che non si tratta di presa in carico terapeutica ma di valutazione della situazione. Poi restituisci a entrambi i genitori e al giudice, se del caso.
Quello che non puoi fare è procedere contando sulla "ragionevolezza" della tua scelta o sull'urgenza della situazione. Il Collegio degli Ordini ti valuterà sulla procedura seguita, non sulle tue intenzioni.
Come posso aiutarti in questi casi
Nel mio lavoro con adolescenti e famiglie, il consenso informato nei casi di separazione è un passaggio che curo con particolare attenzione. Non solo per tutela deontologica, ma perché coinvolgere entrambi i genitori dall'inizio aumenta drasticamente l'efficacia della terapia.
Quando ricevo richieste da genitori separati, dedico sempre un primo colloquio congiunto alla spiegazione del percorso e alla raccolta del consenso documentato. Se c'è disaccordo, aiuto i genitori a capire che la decisione su come procedere non spetta a me, ma a loro o, se necessario, al tribunale.
Nel lavoro con il minore, mantengo un costante equilibrio tra riservatezza (fondamentale per l'alleanza terapeutica) e informazione ai genitori (necessaria per non creare esclusioni). So che ogni caso è diverso, e che la rigidità delle procedure va sempre integrata con la flessibilità clinica.
Se sei un genitore separato e vuoi capire come procedere correttamente per aiutare tuo figlio, o se sei un collega con dubbi su un caso specifico, contattami. Possiamo valutare insieme la situazione e trovare la strada migliore per proteggere il minore, rispettare entrambi i genitori e lavorare serenamente.
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