
Una paziente mi racconta di aver provato ogni tipo di terapia per il suo mal di schiena cronico. Fisioterapia, osteopatia, massaggi, antinfiammatori. Niente. Le risonanze non mostrano nulla di significativo, eppure lei convive da anni con questa tensione costante tra le scapole, come se portasse un peso invisibile.
Durante un colloquio, mentre parliamo di tutt'altro, le chiedo di descrivermi esattamente dove sente questa tensione. Le sue mani si portano automaticamente alle spalle. "È come se dovessi proteggermi sempre", dice. Poi si ferma. Quella frase ha aperto una porta.
Il corpo tiene il punteggio. È il titolo del libro fondamentale di Bessel van der Kolk, psichiatra e ricercatore che ha dedicato quarant'anni allo studio del trauma. E quella frase dice tutto: quando viviamo esperienze traumatiche, il corpo registra, memorizza, reagisce. Anche quando la mente razionale vorrebbe voltare pagina.
Cosa intendeva davvero van der Kolk
Van der Kolk non parlava di metafore poetiche. Le sue ricerche, condotte presso il Trauma Center di Boston e pubblicate su riviste come il Journal of Traumatic Stress, hanno dimostrato che il trauma lascia tracce fisiche misurabili.
Il cervello traumatizzato funziona diversamente. La risonanza magnetica funzionale mostra come, di fronte a stimoli che ricordano il trauma, si attivi l'amigdala (il centro della paura) mentre si disattiva l'area di Broca (quella del linguaggio). In pratica: il corpo va in allarme, ma le parole non arrivano.
Questo spiega perché tante persone con storia di trauma dicono: "Non riesco a parlarne", "Mi si chiude la gola", "Sento solo un blocco". Non è resistenza psicologica. È neurobiologia.
Il sistema nervoso autonomo resta in modalità di allerta cronica. Quello che dovrebbe essere un meccanismo di emergenza temporaneo (lotta, fuga, congelamento) diventa un modo costante di stare al mondo. E il corpo ne paga il prezzo.
Dove il corpo porta il trauma: i segnali fisici
Chi lavora con il trauma impara a leggere il corpo. Non perché sia sensitivo, ma perché i pattern si ripetono con una coerenza clinica impressionante.
Le manifestazioni più comuni del trauma incorporato:
- Tensione muscolare cronica: soprattutto spalle, mascella, zona lombare. Muscoli che restano contratti anche durante il sonno, pronti a difendere o a scappare da un pericolo che non c'è più
- Problemi respiratori: respiro corto, superficiale, sensazione di non riuscire a fare un respiro profondo. Il diaframma bloccato che mantiene il corpo in stato di allerta
- Disturbi gastrointestinali: colon irritabile, nausea, dolori addominali senza causa organica. L'intestino, il nostro "secondo cervello", reagisce allo stress cronico
- Dolore cronico: fibromialgia, cefalee tensive, dolori diffusi che la medicina tradizionale fatica a spiegare e trattare
- Posture difensive: spalle alzate, testa incassata, petto chiuso. Il corpo che si fa piccolo, che cerca di proteggersi anche quando è al sicuro
- Ipervigilanza somatica: sobbalzi esagerati, difficoltà a rilassarsi, sonno leggero, sistema di allarme sempre acceso
Uno studio del 2018 pubblicato sul Journal of Psychosomatic Research ha evidenziato che il 60-80% delle persone con diagnosi di disturbo post-traumatico da stress presenta sintomi fisici significativi e persistenti.
Non sono "immaginazioni". Non è "tutto nella testa". È il trauma che vive letteralmente nei tessuti, nei muscoli, nel respiro.
Perché la terapia verbale non basta sempre
Questo è il punto che van der Kolk ha portato all'attenzione della comunità scientifica con forza: parlare del trauma è importante, ma non sempre sufficiente.
Se il trauma è registrato in aree del cervello pre-verbali, se il corpo reagisce prima che la mente razionale possa intervenire, serve lavorare anche su quel livello. Serve riportare consapevolezza al corpo, non solo alla narrazione.
Ho visto pazienti raccontare il loro trauma con tono piatto, distaccato, mentre il corpo era rigido come una tavola. La dissociazione - quella separazione tra mente e corpo - è un meccanismo di sopravvivenza potentissimo. Ma quando diventa cronico, impedisce la guarigione.
Il lavoro sul trauma oggi integra diversi approcci: la terapia EMDR che coinvolge i movimenti oculari, tecniche di regolazione del sistema nervoso, pratiche di embodiment che riportano la persona a "sentire" il proprio corpo in sicurezza.
Van der Kolk stesso ha studiato e promosso pratiche come lo yoga trauma-informato, il teatro, il movimento. Non perché siano alternative alla psicoterapia, ma perché offrono vie di accesso al trauma che le sole parole non possono raggiungere.
La guarigione passa per il corpo
Rielaborare un trauma significa anche questo: insegnare al corpo che il pericolo è passato. Che può rilassare le spalle. Che può respirare profondamente. Che può smettere di proteggersi.
Questo processo richiede tempo e delicatezza. Non si tratta di "rilassarsi" a comando o di fare quattro esercizi di respirazione. Si tratta di ricostruire un senso di sicurezza che il trauma ha frantumato.
A volte significa prima imparare a tollerare le sensazioni fisiche senza andare in panico. Molte persone traumatizzate hanno paura delle proprie emozioni proprio perché le sentono come sensazioni fisiche travolgenti: il cuore che accelera, il respiro che si blocca, la nausea.
Il lavoro terapeutico aiuta a creare una "finestra di tolleranza" più ampia, uno spazio in cui si possono sentire emozioni intense senza essere sopraffatti, senza dover dissociare o evitare.
Come posso aiutarti nel mio studio
Nel mio lavoro con pazienti che portano esperienze traumatiche, parto sempre da un principio: il tuo corpo ha fatto quello che doveva fare per proteggerti. Quelle tensioni, quei dolori, quelle reazioni che oggi sembrano eccessive o incomprensibili, un tempo erano sopravvivenza.
Uso l'EMDR, una terapia evidence-based specifica per il trauma, che lavora sulla rielaborazione dei ricordi traumatici coinvolgendo anche il livello somatico. Ma integro anche tecniche di regolazione del sistema nervoso, esercizi di grounding, lavoro sulla consapevolezza corporea.
Non ti chiederò mai di "rilassarti" o di "lasciar andare" prima che il tuo sistema nervoso sia pronto. Non c'è fretta. La guarigione dal trauma non è una gara.
Quello che possiamo fare insieme è creare uno spazio sicuro dove esplorare con gradualità cosa porta il tuo corpo, cosa raccontano quelle tensioni, cosa chiedono quelle difese. E poi, passo dopo passo, aiutare il tuo sistema nervoso a trovare nuovi equilibri.
Il corpo ha portato il peso. Il corpo può anche trovare sollievo. Ma serve qualcuno che sappia ascoltare entrambi i linguaggi: quello delle parole e quello dei muscoli, del respiro, delle posture che raccontano storie che la mente ha cercato di dimenticare.
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