Un uomo che seguivo, in terapia da mesi per un dolore che nessun farmaco riusciva a spegnere del tutto, un giorno mi disse:
«Ecco che oggi, come ieri e come sicuramente farò domani, ho imboccato la strada del dolore. Acuto, pulsante, costante. So che posso cercare il sentiero laterale… ma accidenti, dottore, a volte mi perdo su questa superstrada enorme e non trovo lo svincolo tra le fratte.»
In quella frase c'è più teoria del dolore di quanta ne stia in molti manuali. C'è una strada principale, larga e veloce, che il dolore percorre per conto suo. C'è un sentiero laterale, che esiste e che lui sa che esiste. E c'è il problema vero, che non è l'esistenza del sentiero ma trovare lo svincolo — e trovarlo proprio quando si va a duecento all'ora.
Perché si parte dalle parole del paziente
Nella pratica ericksoniana c'è un principio che si chiama utilizzazione: si lavora con quello che la persona porta, non con quello che il terapeuta preferirebbe. Vale per le resistenze, vale per i sintomi, e vale soprattutto per il linguaggio.
Quando qualcuno descrive il proprio dolore come una superstrada, mi ha appena consegnato una mappa dentro la quale posso muovermi. Se io rispondessi con la mia — il dolore come onda, come fuoco, come qualunque immagine da libro — dovrei prima convincerlo ad abitare una geografia che non è la sua. Non c'è tempo, e non c'è motivo.
Le persone che ho accompagnato mi hanno dato immagini che non avrei saputo inventare. Il corpo come «massa ingombrante e goffa». La malattia come «un sentiero obliquo, ferito al centro, che ti costringe a camminare di sbieco in modo davvero scomodo». E, sulla chemioterapia: «è come vincere la guerra con una bomba atomica. Spazzi via tutto. Ma qui il campo di battaglia è il mio corpo, e dopo una bomba atomica non mi resta più niente.»
Ognuna di queste frasi è già un'indicazione di lavoro. La superstrada chiede uno svincolo. Il sentiero obliquo chiede un modo di camminare. La bomba atomica chiede di essere ascoltata prima che discussa.
Il dolore non è solo una faccenda di nervi
Dal punto di vista anatomico l'esperienza del dolore corre su due circuiti distinti. Uno, laterale, si occupa degli aspetti sensoriali e discriminativi: dove fa male, quanto, che tipo di dolore è. L'altro, mediale, riguarda la parte emotiva — quanto quel dolore è spiacevole, quanto spaventa, quanto significa.
È una distinzione con conseguenze pratiche enormi: si può agire sul secondo circuito anche quando sul primo non si può fare più niente. Il dolore resta, la sofferenza cambia.
Ed è per questo che chi tende a catastrofizzare — chi rimugina sul dolore, chi si sente senza speranza — riporta sistematicamente un dolore più intenso a parità di danno. Non è debolezza né suggestione: è che il secondo circuito è acceso al massimo.
Le strade laterali, in concreto
Le tecniche ipnotiche per il dolore non sono magia e non funzionano tutte con tutti. Queste sono quelle che uso più spesso, in ordine di quanto le trovo affidabili.
Trasformare la sensazione, non negarla. A chi descriveva un dolore come una lama conficcata in un arto, si può suggerire che quell'arto sia stretto in una fascia solida: si sente la pressione della lama, ma la lama non entra. Il dolore diventa pressione. Non sparisce — e prometterlo sarebbe sbagliato — ma cambia categoria, e una pressione si tollera in modo diverso da un taglio.
Spostare il dolore dove si sopporta meglio. Un dolore addominale, che è invalidante perché non ci si può fare niente, può essere spostato su una mano, dove la persona può controllarlo stringendo e aprendo le dita. Il dolore complessivo non diminuisce di molto. Diminuisce moltissimo l'impotenza, che è metà del problema.
Distorcere il tempo. È la tecnica che trovo più utile nei dolori cronici, e funziona su un bersaglio preciso: la memoria. Un dolore cronico non è mai solo il dolore di adesso — è anche tutti quelli di prima e la certezza di quelli che verranno. Suggerire che ogni episodio sia brevissimo, e che gli intervalli siano pieni e quieti, significa spezzare quella catena e far vivere ogni scarica come unica.
Dissociare. Nei momenti in cui il dolore diventa insopportabile, si può lavorare perché la persona possa in qualche misura «lasciare lì il corpo» e stare altrove. È la tecnica più delicata e la userei con molta cautela: dissociarsi è una risorsa quando è scelta, un sintomo quando accade da sola.
Una tecnica che invece uso pochissimo è la suggestione diretta — «da questo momento il dolore sarà sempre più lieve fino a sparire». Erickson stesso ne segnalava il limite: quando il dolore ricompare, e ricompare, la suggestione è smentita dai fatti e diventa più difficile far funzionare qualunque cosa dopo. Le promesse che il corpo può contraddire vanno evitate.
Il sentiero non è una fuga
C'è un fraintendimento che vale la pena togliere di mezzo. Cercare il sentiero laterale non significa negare la strada principale, e nemmeno distrarsi.
Quell'uomo sapeva benissimo di essere malato. Non stava cercando di dimenticarlo: stava cercando delle ore in cui il dolore fosse un brusio invece che un rumore assordante. Insieme abbiamo disegnato mappe — dello spazio del corpo, delle stanze piene di odore di farmaci, di quei territori sempre più stretti a cui la malattia riduce una vita: la poltrona, il letto — e dentro quelle mappe abbiamo riservato degli spazi di quiete.
In quegli spazi il tempo smette di essere una dimensione trasparente e scontata e diventa un velo elastico, in cui un singolo minuto può durare ore. Ore di quiete, in quel sentiero laterale nella strada del dolore.
Non è guarigione. È qualcosa che, quando la guarigione non c'è, vale moltissimo: del tempo restituito.
Le persone di cui parlo in questo articolo non esistono. Sono figure composite, costruite mettendo insieme frammenti di percorsi diversi e private di ogni dato che permetta di riconoscere qualcuno. Le parole fra virgolette conservano il senso di quelle che ho ascoltato, non la loro lettera. Il segreto professionale non finisce quando finisce una vita: restano le famiglie.
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