Questo articolo è per i colleghi, e per chi fa volontariato negli hospice. Chi non lavora in questo campo può leggerlo lo stesso: forse capirà meglio le facce di certi operatori.

Comincio dalla cosa che non si scrive quasi mai. Quando mi comunicano che una persona che ho seguito è morta, dopo lo sconforto e la tristezza, sento anche un sollievo. Non ogni tanto: quasi sempre.

La prima volta che me ne accorsi mi vergognai parecchio. Poi, parlandone con colleghi che fanno questo lavoro da molto più tempo di me, ho scoperto che è la norma, e che nessuno lo dice ad alta voce.

Da dove viene quel sollievo

Viene da tre posti diversi, che è utile tenere distinti.

Il primo è il più semplice e il meno colpevole: è finita la sofferenza. Quando hai visto da vicino un dolore che i farmaci non contengono più, la fine di quel dolore è una notizia buona. Non è cinismo: è la stessa cosa che sente la famiglia e che si sente in colpa a pensare.

Il secondo è che finisce l'attesa. Accompagnare significa vivere per settimane in una condizione sospesa, in cui ogni telefonata potrebbe essere quella. È una tensione che consuma in silenzio, e quando si scioglie il corpo se ne accorge prima della testa.

Il terzo è quello scomodo: finisce anche la tua impotenza. Finché quella persona è viva, ogni giorno sei di fronte a qualcosa che non puoi risolvere. È una posizione insopportabile per chiunque, e per chi fa un mestiere di cura è anche una ferita all'identità professionale.

Riconoscere il terzo è importante, perché è quello che se resta inconsapevole fa danni: porta a diradare le visite senza accorgersene, ad accorciare i colloqui, a essere meno disponibili proprio quando servirebbe di più.

È un lutto, anche se nessuno lo chiama così

Nessuno manda le condoglianze allo psicologo. Non c'è un rito, non c'è un permesso, non c'è nessuno che ti chieda come stai. La settimana dopo hai gli altri pazienti e vai avanti.

Eppure è un lutto a tutti gli effetti, con una particolarità che lo rende più scivoloso: è ripetuto. In questo campo non si perde una persona ogni tanto — se ne perdono molte, di continuo, e se non si trova un modo di elaborarle si accumulano.

Quello che succede quando si accumulano ha due nomi, e conviene conoscerli.

Il burnout è l'esaurimento da carico: troppo lavoro, troppo a lungo, troppo poco controllo. Si riconosce dalla stanchezza che non passa col riposo e dal cinismo verso il lavoro.

La compassion fatigue è un'altra cosa, e in questo campo è più insidiosa: è l'usura della capacità di sentire. Non ti stanchi del lavoro, ti stanchi di sentire. E il segnale è preciso: cominci a preferire i pazienti che soffrono meno, e ti accorgi di essere più tecnico e meno presente proprio con quelli messi peggio.

Quando arriva quel segnale, non è pigrizia. È un sintomo.

Cosa serve, concretamente

Un posto dove portarlo. Supervisione, intervisione fra colleghi, terapia personale — l'importante è che sia un posto stabile e non un caffè occasionale con qualcuno che capisce. Chi lavora nel fine vita senza uno spazio del genere, prima o poi, si indurisce o si ferma.

Un rito, anche minimo. Alcuni colleghi tengono un quaderno con i nomi. Altri scrivono due righe quando una persona muore e poi chiudono il quaderno. Sembra una cosa da poco: serve a segnare un confine fra quella persona e la successiva, che altrimenti si mescolano.

Un limite numerico. Non si possono accompagnare molte persone in fase terminale contemporaneamente e restare presenti con ciascuna. Il numero giusto è diverso per ognuno, ma esiste per tutti, e superarlo non è generosità: è il modo più rapido per diventare inutili a tutti.

Non chiamarlo fallimento. Questa è la più difficile per chi comincia. In questo lavoro il paziente muore sempre. Se il metro è l'esito, ogni percorso è un fallimento e la professione diventa insostenibile in due anni. Il metro sono le giornate: quante sono state sopportabili, cosa si è riusciti a dire, cosa si è evitato di lasciare in sospeso.

Perché continuo a farlo

Ogni tanto qualcuno mi chiede come si faccia a fare questo lavoro. È una domanda in cui c'è un po' di ammirazione e parecchio sospetto — come se ci volesse una durezza speciale, o una qualche attrazione morbosa.

Rispondo quasi sempre la stessa cosa, e non è una battuta: la nascita e la morte sono parti della stessa cosa, che è la vita. Ignorare la morte non è una soluzione — né per chi muore né per chi resta. Forse io sto solo cercando di farci pace.

C'è una frase, in questo campo, che vale più di molte teorie: alla maggior parte delle persone non interessa tanto il momento della morte quanto il modo, e la paura le fa soffrire più della malattia.

Sul momento non possiamo niente. Sul modo, e sulla paura, si può fare parecchio. È tutto lì il lavoro — e per farlo bisogna essere in condizione di reggerlo, il che significa occuparsi anche di chi lo fa.

Se sei un collega e stai accompagnando qualcuno in questo momento, l'unica cosa che ti direi è: non farlo da solo. Non per il paziente. Per te.

Se stai attraversando questo

Accompagnare qualcuno che sta morendo, o esserlo, non è una cosa che si fa da soli. Ricevo a Roma e online, e lavoro sia con chi è malato sia con chi gli sta accanto — che è la parte di cui si parla di meno.

Se la situazione è urgente, il riferimento non sono io: sono le cure palliative del territorio, che in Italia sono un diritto garantito dalla legge 38 del 2010 e si attivano tramite il medico di base o l'ospedale.

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