
Ricevo spesso messaggi di colleghi che mi chiedono: "Ma davvero devo far firmare un consenso separato per le sedute online? Non basta il consenso normale alla psicoterapia?"
La risposta è netta: no, non basta. E non è una questione burocratica o un eccesso di formalismo. È una protezione per te, per il paziente e per la qualità del lavoro clinico che state costruendo insieme.
Dal 2020 il CNOP ha chiarito con forza che la telepsicologia richiede procedure specifiche. Ma molti colleghi continuano a operare online senza aver raccolto un consenso informato adeguato. Vediamo cosa rischia davvero chi lavora in questo modo e perché questo tema merita più attenzione di quella che gli diamo.
Cosa dice il Codice Deontologico sulla telepsicologia
Il Codice Deontologico, aggiornato nel 2015 e integrato con le Linee Guida sulla prestazione psicologica via internet (2017), è molto chiaro. L'articolo 31 stabilisce che lo psicologo deve informare il paziente delle modalità della prestazione professionale.
Per la telepsicologia, questo significa spiegare:
- Le caratteristiche specifiche del setting online e le differenze rispetto al vis-à-vis
- I limiti della privacy e della sicurezza informatica
- Le procedure in caso di interruzione della connessione o emergenze
- I dispositivi e le piattaforme utilizzate e il loro livello di sicurezza
- Le modalità di conservazione dei dati e delle registrazioni (se previste)
Non sono informazioni che puoi dare a voce durante la prima seduta. Servono un documento scritto, tempo per leggerlo, possibilità di fare domande e una firma consapevole.
Saltare questo passaggio non è una svista: è una violazione deontologica.
Le sanzioni disciplinari: non è solo teoria
Gli Ordini regionali hanno iniziato a ricevere segnalazioni e a contestare violazioni legate alla telepsicologia. I casi più frequenti riguardano proprio l'assenza di consenso informato specifico.
Le sanzioni possibili vanno dall'avvertimento (la più lieve) fino alla sospensione dall'Albo per un periodo determinato. Nei casi più gravi, quando c'è recidiva o danno evidente al paziente, si può arrivare alla radiazione.
Un collega a Milano è stato sanzionato nel 2024 dopo che un paziente ha segnalato di non essere mai stato informato dei rischi della seduta online. Il paziente aveva condiviso informazioni sensibili da un luogo non privato, convinto che "tanto era come in studio". Quando ha scoperto che la piattaforma utilizzata non era sicura, ha presentato esposto.
Il procedimento disciplinare si è concluso con una sospensione di tre mesi. Tre mesi senza poter lavorare, con il danno economico e reputazionale che ne consegue.
Responsabilità civile: quando il paziente chiede i danni
Oltre alle sanzioni deontologiche, c'è la responsabilità civile. Se un paziente subisce un danno a causa della mancata informazione sui rischi della telepsicologia, può chiedere un risarcimento.
Immagina questa situazione: fai sedute online senza aver raccolto un consenso specifico. Durante una seduta, la connessione si interrompe mentre il paziente sta attraversando un momento di crisi acuta. Non avevi concordato procedure di emergenza. Il paziente, in stato di grave agitazione, compie atti autolesivi.
Sei responsabile? Dipende. Ma l'assenza di un consenso informato che specificasse cosa fare in caso di interruzione ti mette in una posizione molto debole davanti a un giudice.
La giurisprudenza in materia è ancora limitata, ma i primi casi mostrano che i tribunali considerano il consenso informato come elemento centrale nella valutazione della responsabilità professionale.
E no, l'assicurazione professionale non sempre copre danni derivanti da violazioni deontologiche accertate. Leggi bene la tua polizza.
Responsabilità penale: i casi più gravi
Nei casi estremi, quando dalla violazione deriva un danno grave alla salute del paziente, si può configurare una responsabilità penale per lesioni colpose.
Parliamo di situazioni limite, per fortuna rare. Ma non impossibili.
Esempio concreto: lavori online con un paziente con ideazione suicidaria. Non hai raccolto informazioni sul luogo da cui si collega, non hai contatti di emergenza, non hai concordato protocolli di sicurezza. Durante una seduta, il paziente manifesta intenti acuti. Tu non sai dove si trova, non puoi intervenire. Succede il peggio.
In un caso simile, oltre alla tragedia umana, potresti trovarti indagato per omicidio colposo o lesioni colpose, con l'accusa di non aver adottato le precauzioni dovute.
La mancanza di consenso informato diventa la prova che non hai valutato adeguatamente i rischi e non hai messo in atto le procedure di sicurezza necessarie.
Protezione dei dati: il GDPR non scherza
C'è un altro livello di rischio spesso sottovalutato: la privacy.
Quando lavori online, tratti dati sanitari su piattaforme digitali. Il GDPR prevede obblighi precisi: devi informare il paziente su dove e come vengono conservati i suoi dati, chi può accedervi, quali misure di sicurezza adotti.
Se usi piattaforme non conformi (tipo WhatsApp o Zoom versione gratuita) senza informare il paziente dei rischi, violi il GDPR. Le sanzioni possono arrivare fino a 20 milioni di euro o il 4% del fatturato annuo (ovviamente per i liberi professionisti si applicano importi proporzionati, ma comunque significativi).
Il Garante della Privacy ha già sanzionato professionisti sanitari per uso improprio di strumenti digitali. Gli psicologi non sono esenti.
Perché molti colleghi non raccolgono il consenso
Conosco i motivi. Li sento ripetere continuamente:
"È una rottura burocratica." "Il paziente è già stressato, non voglio sommergerlo di carte." "Tanto lo informo a voce." "Durante il Covid nessuno lo faceva."
Sono tutte scuse che nascondono una realtà più semplice: pigrizia professionale o sottovalutazione del rischio.
Il consenso alla telepsicologia non è burocrazia fine a se stessa. È uno strumento clinico. Ti obbliga a pensare ai rischi, a prepararti alle emergenze, a scegliere strumenti adeguati. Ti protegge, certo, ma soprattutto protegge il paziente.
E costruisce un'alleanza più solida, perché il paziente sa esattamente cosa state facendo e perché.
Come posso aiutarti
Nel mio lavoro clinico, sia in presenza che online, do molta importanza alle procedure di consenso. Non perché sia un formalista, ma perché ho imparato che la chiarezza all'inizio previene problemi dopo.
Quando un paziente sceglie la modalità online, dedichiamo tempo a leggere insieme il documento di consenso specifico. Parliamo di cosa succede se cade la connessione, di dove si troverà durante le sedute, di come gestiamo le emergenze. Concordiamo un piano.
Questo non toglie spontaneità. La rafforza. Perché entrambi sappiamo su cosa possiamo contare.
Se lavori online o stai pensando di farlo, il mio consiglio è: non improvvisare. Studia le Linee Guida del CNOP, prepara un consenso informato completo, scegli piattaforme conformi al GDPR, forma i tuoi pazienti all'uso del setting digitale.
La telepsicologia è uno strumento potente e utile. Ma richiede competenza, non approssimazione. E il consenso informato è il primo passo per lavorare con professionalità e sicurezza.
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