Il messaggio arrivò all'inizio di luglio, da una collega volontaria: «ti chiamerà una mia paziente, ha un'amica con la sorella ricoverata in fase terminale… forse l'ipnosi può aiutarla».
È uno degli inviti più comuni per chi si occupa di cure palliative. Non arriva da un reparto, non arriva da un protocollo: arriva da qualcuno che conosce qualcun altro che non sa più cosa fare. È già un'informazione, quel percorso storto: dice che intorno a quella persona si è aperto un vuoto che nessuno sa come riempire.
Il giorno dopo ero in ospedale. Fui accolto sulla porta della stanza dalla sorella, che a voce bassa mi disse solo «mi raccomando», mi strinse la mano, uscì e chiuse la porta lasciandosi sfuggire un sospiro lungo. In quelle tre parole c'era una delega enorme e una speranza che non potevo mantenere.
La prima cosa non è una tecnica
Dentro, una donna giovane sul letto. Il viso segnato dagli effetti delle terapie, i capelli curati con attenzione — quel dettaglio mi colpì e mi colpisce ancora oggi: la cura di sé che resiste dentro il disfacimento. Mi guardò, mi fece cenno di avvicinarmi, e senza darmi il tempo di presentarmi mi prese la mano. La strinse forte, mi fissò e disse:
«Mi hanno detto che venivi. Non voglio stringerti la mano per salutarti, ma tenerla stretta mentre mi aiuti a calmare il dolore. Tenerla stretta mentre mi accompagni. Tenerla stretta perché ho paura.»
Non avevo ancora detto una parola e il lavoro era già cominciato. Quella mano non era un saluto: era una richiesta, precisa, di tre cose distinte — il dolore, la compagnia, la paura. Aveva fatto lei la diagnosi funzionale e mi aveva consegnato l'ordine del giorno.
In psicoterapia si chiama rapport: quella sintonia senza la quale nessuna tecnica funziona, e con la quale funzionano anche tecniche modeste. Nella pratica ericksoniana non è un preliminare da sbrigare per arrivare al lavoro vero. È il lavoro. E quando il tempo è poco — perché in fase terminale il tempo è pochissimo — non c'è spazio per costruirlo lentamente: o si aggancia subito quello che la persona ti sta offrendo, o non si aggancia più.
Perché in questo campo la relazione è l'intervento
Nella medicina che cura si parla, a volte con presunzione, di restitutio ad integrum: rimettere le cose com'erano. Nella malattia grave quell'orizzonte non esiste, e al suo posto si fa strada una parola più antica e più onesta, che è prendersi cura.
Non è un ripiego consolatorio. È un cambio di protagonista: non più la battaglia per garantire una sopravvivenza a costo della vita, ma il processo, la relazione, quello che accade dentro il tempo che resta.
Questo costringe chi fa psicoterapia a rinunciare a parecchie abitudini. Non si va a cercare la causa prima del disagio: non c'è tempo e non servirebbe. Non si ricostruisce una storia: non ci sono le sedute per farlo. Resta il presente — quello che uno psicoanalista ha chiamato archeologia del presente — e il presente di chi sta morendo è spesso arido, doloroso, occupato per intero dai sintomi.
Il compito diventa allora allargare quel presente. Farci stare dentro qualcosa che non sia solo il corpo che fa male.
Il corpo, che da casa diventa gabbia
Nella malattia terminale ciò che era familiare diventa estraneo, a partire dal corpo. Una persona che ho seguito lo descriveva come «una massa ingombrante e goffa». Un'altra diceva che «sembra rallentare ogni sprazzo di vita, forse la vita stessa, come se volesse fermarla e dire adesso basta».
Il corpo smette di essere la base sicura e scontata dell'esistere e diventa la fonte principale dell'angoscia. È lì che la psicoterapia può fare qualcosa di concreto: non restituire il corpo di prima, ma aiutare ad abitare quello che c'è in un modo che non sia solo subirlo.
Con quella donna lavorammo su tre fronti, tutti scelti da lei nella prima frase. Imparò a ridurre il dolore che «la stringeva alla testa e al ventre». Imparò a distogliere l'attenzione dalle ciocche di capelli che cadevano e dal bruciore sul viso. E imparò a lasciar passare gli attacchi di panico e i conati di vomito improvvisi senza combatterli — che è la cosa più difficile, perché l'istinto è irrigidirsi.
Nessuna di queste cose ha allungato la sua vita di un giorno. Le ha restituito delle ore.
Poi finisce
Morì per un'emorragia cerebrale dopo pochi incontri. Me lo comunicò la sorella con un messaggio: non c'è più, ha lottato fino alla fine, in fondo sapevamo che sarebbe successo.
Dopo qualche minuto in cui si mescolavano sconforto, sorpresa, tristezza e uno strano sollievo — quel sollievo che provo ogni volta e di cui parlerò in un altro articolo, perché merita spazio suo — risposi con quattro parole: sì, lo sapevamo, mi dispiace.
La risposta arrivò subito, e contiene tutto quello che ho imparato in questi anni meglio di quanto potrei dirlo io: grazie per esserci stato davvero, senza addolcire le cose e senza mentire; grazie per aver evitato ogni frase di circostanza; l'hai conosciuta, e ci credo se dici che ti dispiace.
Non mi ringraziava per una tecnica. Mi ringraziava per non aver detto «era una guerriera», «adesso non soffre più», «bisogna essere forti». Le frasi che diciamo per proteggere noi stessi dall'imbarazzo di non avere niente da dire, e che a chi resta arrivano come una porta chiusa.
Cosa può fare davvero uno psicologo qui
Meno di quello che le famiglie sperano, e molto più di quello che i colleghi immaginano.
Non toglie la morte. Non la rende accettabile per decreto. Non «fa elaborare» in cinque sedute quello per cui non basterebbe una vita. Ma può fare tre cose che non sono poco: rendere il dolore più maneggiabile, restituire alla persona un margine di controllo in una situazione che glielo toglie tutto, e tenere aperto un canale fra il malato e chi gli sta intorno prima che si chiuda per sempre.
E può fare una quarta cosa, che è quella che mi ha insegnato quella stretta di mano: esserci senza scappare. Sembra il minimo. Nella stanza di chi sta morendo, dove quasi tutti abbassano lo sguardo e accorciano le visite, è moltissimo.
Le persone di cui parlo in questo articolo non esistono. Sono figure composite, costruite mettendo insieme frammenti di percorsi diversi e private di ogni dato che permetta di riconoscere qualcuno. Le parole fra virgolette conservano il senso di quelle che ho ascoltato, non la loro lettera. Il segreto professionale non finisce quando finisce una vita: restano le famiglie.
Se stai attraversando questo
Accompagnare qualcuno che sta morendo, o esserlo, non è una cosa che si fa da soli. Ricevo a Roma e online, e lavoro sia con chi è malato sia con chi gli sta accanto — che è la parte di cui si parla di meno.
Se la situazione è urgente, il riferimento non sono io: sono le cure palliative del territorio, che in Italia sono un diritto garantito dalla legge 38 del 2010 e si attivano tramite il medico di base o l'ospedale.
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